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No. Se non si verificano complicanze particolari questi tipi di interventi non vanno ad interferire direttamente con la funzione sessuale. L’unica complicanza molto frequente è l’eiaculazione retrograda.

No. Vi possono essere delle prostatiti non batteriche che non sempre sono agevoli da identificare, spesso determinate da uno scorretto stile di vita.

No. Una regolare attività sessuale non interferisce con la patologia e con la cura della stessa. Ci saranno soltanto da mettere in preventivo alcuni disturbi dell’eiaculazione che può risultare più precoce del normale, dolorosa o fastidiosa.

La classe degli Alfa-litici è un’ottima opzione terapeutica per l’IPB; può dare però in alcuni soggetti eiaculazione retrograda. Tale fenomeno è del tutto reversibile e non ha alcuna ripercussione dal punto di vista clinico.

Sia gli Alfa-litici che gli antiandrogeni periferici (Finasteride e Dutasteride) sono stati ideati per terapie di lungo termine. Sono pertanto farmaci ben tollerati che l’urologo può utilizzare tranquillamente fino a quando li ritiene utili.

NO. Il tumore alla prostata, negli stadi iniziali, è spesso asintomatico perché origina nelle zone periferiche della prostata e, solo in una fase successiva, può dare una sintomatologia importante come ad esempio disturbi della minzione (atto dell’urinare).

NO. Le patologie prostatiche possono presentarsi ad ogni età. Tuttavia, mentre le prostatiti colpiscono prevalentemente nella fascia di età che va dai 20 ai 50 anni, l’Ipertrofia Prostatica Benigna e il tumore alla prostata insorgono più tardi e vanno via via crescendo dopo i 50 anni.

Superati i 50 anni il controllo periodico, su base annua, del PSA e una esplorazione rettale da parte dell’urologo, possono permettere l’individuazione precoce della malattia e fornire maggiori possibilità per sconfiggerla.

Uno stile di vita non sedentario ed una dieta mediterranea basata sul consumo di vegetali frutta e olio di oliva sembrerebbero avere un ruolo protettivo sul tumore alla prostata.

SI. L’attività sessuale non ha alcuna interferenza sulla progressione della malattia.

NO. E’ stata comunque accertata una maggior incidenza nei maschi con familiarità per la malattia. E’ pertanto necessario in questi soggetti effettuare dei controlli periodici.

L’urologo valuta il dosaggio del PSA, la storia del paziente ed esegue un’esplorazione rettale che risulta essere un esame indolore.

NO. Sono due patologie ben distinte e separate. Inoltre si originano in zone differenti della ghiandola prostatica. Possono coesistere ma non vi è un diretto collegamento tra le due patologie

La presenza di sangue nelle urine (ematuria) deve sempre essere valutata con grande attenzione, in particolare modo quando il/la paziente vede proprio con i suoi occhi le urine rosse o rosate (macroematuria).
Al contrario le urine possono avere un colore sempre normale ma l’esame delle urine puo’ identificare tracce di sangue (microematuria).
Le cause più frequenti comprendono la calcolosi delle vie urinarie, le infezioni ed i tumori.
Di solito se il sangue si osseva all’inizio della minzione (ematuria iniziale) l’origine dell’ematuria e’ prostatica; se il sangue si osserva più’ al termine della minzione (ematuria terminale) la ematuria ha più’ frequentemente una origine vescicale mentre se le urine sono rosse dall’inizio alla fine della minzione si pensa ad una ematuria di origine alta, cioe’ ureterale o renale.
Tipicamente il paziente che riferisce ematuria viene studiato con esami di laboratorio, citologia urinaria, ecografia apparato urinario o cistoscopia flessibile.
Si deve sempre escludere la presenza di un tumore delle vie urinarie.

La presenza di sangue nello sperma (emospermia) e’ quasi sempre indicativa di una infiammazione della prostata (prostatite). Tipicamente si presenta nell’uomo giovane, ma puo’ manifestarsi anche dopo i 50 anni.
E’ un sintomo che e’ bene discutere sempre con il medico.
La terapia classica e’ antibiotica, di solito con farmaci chinolonici somministrati a dose piena e per almeno 3 settimane.

Il PSA (antigene prostatico specifico) e’ il principale marcatore per il tumore della prostata. Si ritiene oggi che ogni uomo a partire dai 50 anni di eta’ (dai 40 anni se esistono gia’ casi di tumore della prostata in famiglia) debba eseguire il test del PSA una volta all’anno. La normalita’ e’ tipicamente considerata al di sotto di 2.5 ng/ml.
Il PSA puo’ alzarsi oltre a questo limite per una infiammazione della prostata (prostatite), per un ingrossamento benigno (iperplasia prostatica o adenoma prostatico) o per un tumore.
Se esiste un anche piccolo sospetto di tumore prostatico e’ necessario eseguire la biopsia prostatica, esame oggi del tutto indolore e che viene praticato in regime ambulatoriale.
E’ opportuno eseguire il PSA e farsi visitare una volta all’anno.

I pazienti con familiarità positiva devono essere seguiti con attenzione e devono eseguire un PSA ed una visita urologica con esplorazione rettale ogni anno a partire dai 40 anni di età. I soggetti senza familiarità ma con PSA elevato sono per definizione a rischio. Oggi può aiutare anche la esecuzione del PCA3, un nuovo test che si esegue nelle urine del paziente dopo massaggio prostatico. É importante rivolgersi allo specialista preparato che sappia valutare con attenzione il paziente e consigliare al meglio come comportarsi.
Elementi che sembrerebbero avere un ruolo protettivo sul tumore alla prostata sono inoltre uno stile di vita non sedentario ed una dieta mediterranea basata sul consumo di vegetali ,frutta e olio di oliva.

Il problema non si risolve suggerendo di non fare il PSA. E’importantissimo effettuare una diagnosi precoce, il che consente di identificare neoplasie precocemente ed avviare quindi l’iter terapeutico.
É vero che il PSA non è in grado di segnalarci i cancri più brutti, quelli cioè che necessitano di essere aggrediti immediatamente. Il PSA segnala anche la presenza di tumori molto piccoli che, ad esempio nei pazienti anziani che hanno di per sè una aspettativa di vita non lunghissima, possono essere solamente sorvegliati senza fare nessuna cura.
E quindi importante rivolgersi allo specialista competente il quale dovrà valutare: aggressività del tumore, età e condizioni fisiche generali del paziente. Sulla base di questi parametri si devono valutare le possibili opzioni terapeutiche: sorveglianza attiva, radioterapia, chirurgia robotica, terapia medica

La biopsia prostatica consiste nell’eseguire una serie di microprelievi di tessuto dalla prostata stessa per escludere la presenza di un tumore. Si esegue sempre sotto guida ecografica transrettale e con l’utilizzo di anestesia locale che deve rendere la procedura indolore.
E’ importante che vengano eseguiti almeno 12 prelievi prostatici per essere certi di ottenere un “mappaggio” completo della prostata. Il numero dei prelievi dipende anche dal volume prostatico
E’ importante eseguire una profilassi antibiotica che viene proseguita per circa una settimana.
La procedura e’ di norma eseguita in regime ambulatoriale ad eccezione dei pazienti che utilizzano terapia anti-coagulante e per coloro che necessitano di eseguire la biopsia in narcosi. In questi ultimi casi i pazienti rimangono in ospedale per un giorno.

Il PCA3 e’ un esame delle urine che viene eseguito subito dopo che lo specialista urologo abbia effettuato un massaggio prostatico durante una esplorazione rettale.
L’esame ricerca un particolare gene associato al tumore della prostata.
Questo nuovo test non e’ un sostituto del PSA e non deve essere usato in tutti i pazienti. Ad oggi e’ dimostrato che questo esame serva in particolare nei pazienti che per un sospetto tumore della prostata abbiano gia’ eseguito una o più’ biopsie che siano pero’ risultate normali. Se il paziente continua a mostrare elementi sospetti per la presenza di tumore, prima di eseguire ancora una biopsia puo’ essere utile dosare il PCA3. Se questo risultasse completamente normale, lo specialista urologo potrebbe suggerire di soprassedere alle biopsie.

Una prostata ingrossata presenta una indicazione chirurgica nel paziente che lamenti disturbi urinari oppure ostruttivi e nel quale test specialistici ad hoc dimostrino in modo certo che l’ingrossamento prostatico provochi uno sforzo eccessivo da parte del muscolo vescicale al momento della minzione.
I disturbi più’ classici sono la riduzione della forza del getto urinario, la necessita’ di urinare in più’ tempi, lo sgocciolamento al termine della minzione e l’incapacita’ di svuotare completamente la vescica al termine della minzione.

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